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10 verità su Gerar: se non l’hai corso, non puoi indovinarle

Jan 12, 2026 · 5 min read
10 verità su Gerar: se non l’hai corso, non puoi indovinarle
Ho corso Gerar più volte (e mi sono anche fatta una “collezione” di medaglie), ma mi piace ancora parlarne come se fosse la prima volta. Perché, sinceramente, questo format riesce a fare una cosa rara: tirarti fuori dal tuo film personale e infilarti in un “noi” che non è solo scritto sul manifesto. 1) La regola che cambia tutto A Gerar, l’idea di “squadra” non è poesia. È una regola: siete in tre e dovete restare insieme, a poca distanza, per tutto il percorso. Il motto “We run as one” non è lì per fare scena: è lì per avvisarti che qui non esiste l’opzione “ci vediamo al traguardo”. E la cosa bella è che questa regola ti manda in frantumi i riflessi classici. Non puoi fare l’eroe per due minuti, perché qualcuno ti riporta subito coi piedi per terra. E non puoi nemmeno fingere di stare bene quando non è così, perché si vede immediatamente nell’“elastico” tra voi. Se si rompe uno, si rompe tutto. Io ho anche la mia squadra “storica” da diversi anni: Inglourious Basterds, insieme a Gabi e Bogdan. Il nome è più pericoloso di noi, ma è proprio questo il punto. Un anno l’abbiamo detta semplice: il ritmo è stato “da pettegolezzi”, perché eravamo tutti e tre in recupero e non avevamo nessuna voglia di eroismi. 2) Il ritmo non è il tuo. E questa è una lezione, non una punizione Questa è la differenza sottile rispetto al punto 1: a Gerar non solo stai vicino, ma impari anche a negoziare il tuo orgoglio. Il ritmo non è “quanto posso io oggi”, è “quanto possiamo noi senza pagare gli interessi più tardi”. Nel 2025 ho fatto esattamente l’errore classico: sonno quanto una pausa caffè e una fiducia sciocca nell’euforia della partenza. I primi minuti sono andati, poi sono entrato nella modalità “non svengo, ma non mi piace per niente”, con il respiro a pezzi. Il momento buono non è stato che mi sono sentito male, ma che mi è tornata la lucidità e ho detto di rallentare. Non fa scena su Strava, ma salva la gara. 3) È una gara, ma è anche una “seduta di terapia” correndo Ci sono gare in cui stai zitto e conti i chilometri come i giorni che mancano allo stipendio. A Gerar spesso mi succede il contrario: i chilometri passano senza che me ne accorga, perché la corsa diventa il pretesto perfetto per vedere gente e chiacchierare davvero. Nel 2023 ho parlato quasi senza sosta, come se fossimo a un caffè lunghissimo… solo che il “caffè” era di 21 km. Ed è una delle cose rare: ti lascia essere sia sportivo sia persona. Puoi spingere se ti va, ma puoi anche goderti la gara come un incontro con la tua comunità, senza sentire che “perdi” qualcosa. 4) Puoi venire senza un obiettivo e sarà comunque completo Questa, per me, è una delle cose più belle di questo format: non ti serve un target perché la giornata abbia senso. Di solito, a una gara senza obiettivo o ti annoi, o ti innervosisci perché “non hai motivo di essere lì”. A Gerar, se non hai un target, trovi altro: l’atmosfera, le storie, il ritmo di squadra, il fatto che non devi dimostrare niente. Ed è una bella lezione, soprattutto a inizio anno: a volte l’obiettivo più sano è partire con voglia, non con un Excel in testa. 5) Il meteo è scenografia. L’edizione è un altro film A Gerar ho trovato una nevicata “da sogno” (di quelle che rendono tutto più bello, persino la sofferenza, se mai ci fosse). Ho trovato anche edizioni con temperature quasi primaverili, da guardare il nome e chiederti se non sia uno scherzo: “Gerar”... e tu sudi come ad aprile. E la cosa forte è che, qualsiasi cosa ci sia fuori, la gara ti prende comunque nel modo giusto. Freddo, caldo, neve, assenza di neve… sono lo sfondo. Il film vero è come vi gestite tra di voi: quando comincia a fare male, quando è troppo comodo e ti fai trascinare, quando uno ha una giornata più pesante. 6) L’organizzazione è troppo buona per essere la storia principale In alcune gare, metà dei ricordi sono code, incroci, nervi, “dov’è il percorso?”. A Gerar l’organizzazione è così impeccabile che finisci per non avere niente da dire. Ci sono volontari dove servono, gente che ti indirizza, incoraggiamenti, fotografi, atmosfera. Tu corri e fai il tuo. E conta molto il fatto che tutto succeda al Politehnică. C’è quella sensazione di essere “accolto” in un evento, non buttato su un tracciato e basta. Certo, nel 2020 mi ha dato fastidio il ritiro del kit, ma è quel tipo di lamentela che ti viene solo quando per il resto fila tutto come un orologio. 7) La medaglia non è una medaglia. È un progetto pluriennale A Gerar, la medaglia non è quell’oggetto che butti in un cassetto e fine, “ho spuntato la casella”. Nel 2020 ho scoperto che la medaglia di quell’anno, insieme a quelle dei due anni precedenti, si poteva montare in una piramide, con tanto di supporto. Ho riso, ma mi è piaciuta tantissimo: invece di “un’altra”, era un pezzo di un puzzle. Nel 2024, di nuovo: la medaglia era la seconda di una serie di 10 che formeranno un grande fiocco di neve. Ed è proprio qui il trucco: ti prende nel gioco senza motivazioni di plastica. Semplicemente vuoi collezionarle tutte, come un bambino serio con una collezione molto poco seria. 8) Gerar è anche delle persone che restano punti di riferimento Nel 2024 c’è stato anche quel momento in cui la gara non è più solo una gara. Nea Ilie Roșu è stato il tipo di persona che è passato nella nostra comunità come una locomotiva: tanti maratoni, la bandiera della Romania e quell’incoraggiamento semplice che ti arrivava proprio quando iniziavi a negoziare con te stesso. Queste persone ti restano dentro non per i risultati, ma per la presenza. E c’è anche un’altra cosa: a Gerar vedi anche quei “modelli” che, senza dire niente, ti mettono in testa quel pensiero pulito: “quando sarò grande, voglio essere così”. Non è un discorso, non è ispirazione di cartone. È solo la realtà, messa accanto a te, a fine gara. 9) È la tradizione di inizio anno, non solo una partenza Per me Gerar è quel tipo di gara che ti mette la stagione sui binari. La sento come una tradizione: rivedi la gente, inizi l’anno, ti ricordi com’è l’atmosfera di gara e rimetti in ordine la testa. E mi piace che sia a Bucarest, è “casa” a modo suo: il campus, la logistica semplice, le persone che sanno già cos’è Gerar e come si vive. Non è solo una partenza. È un rituale. 10) Non è per tutti. Ed è proprio per questo che resta autentico Il format con la squadra da tre non è “carino”. È un filtro. Se vieni solo per “io, il mio tempo, il mio orologio”, questa regola ti manda fuori di testa. Se vieni per l’idea di squadra, la gara diventa una delle più belle dell’anno. E credo che qui stia l’essenza: a Gerar il criterio vero non è la performance, ma la persona. Che sia alla mano, che riesca a fare 21 km e che capisca che “we run as one” significa più di un risultato. È comprensione, sostegno e amicizia. Per questo, dopo tante edizioni, più precisamente 7 (2016, 2018, 2019, 2020, 2023, 2024 e 2025), posso dirlo semplicemente: Gerar non è il tipo di gara che “spunti”. È il tipo di gara a cui torni. E non vedo l’ora di partecipare il 31 gennaio 2026. Bonus, così nessuno pensi che Gerar significhi solo squadra da 21 km: la gara ha anche altre prove, per gente normale, per i coraggiosi, per chi “oggi voglio vedere com’è”, per i bambini, per chiunque. C’è il cross da 10 km e il cross da 3 km, quindi non è quel tipo di evento in cui entri solo se hai un piano da maratona e tre amici inclusi nel pacchetto. E c’è anche un dettaglio raro, che apprezzo tantissimo: l’orario di partenza, le 17:00. Non ti svegli alle 4 del mattino, non parti nel cuore della notte, non ti mangi il fegato per strada. Puoi arrivare con calma lo stesso giorno, correre, prenderti la tua dose di gara e, se vuoi, tornare a casa anche quella sera, come una persona responsabile (o almeno come una che ci prova). E sì, vale la pena dirlo: Gerar è organizzato dalla Facoltà di Energetica e da Yolo Events, e dietro si sente la mano di un team che sa fare le cose come si deve. Con il supporto di SportGuru e di altri partner.
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