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Monopoli: sono stato in un film. Uno vero. E, per qualche giorno, sono stato italiano.

Jan 03, 2026 · 10 min read
Monopoli: sono stato in un film. Uno vero. E, per qualche giorno, sono stato italiano.
❤️🇮🇹 Sono stato in un film. Uno vero. E, per qualche giorno, sono stato italiano. Per me Monopoli è sempre stata quel genere di posto in cui sono passato molte volte, ma dove non mi sono mai fermato davvero. E c’è una differenza enorme tra passare e restare. Quando resti, non è più una questione di “città”, ma di persone. Di come ti guardano senza sospetto, di come parlano con te anche se non parlate la stessa lingua, di quella familiarità che arriva sorprendentemente in fretta nelle città più piccole, soprattutto nei periodi in cui non sono invase dai turisti. Il cibo, ovviamente, fa parte della storia. Ma non come spettacolo, non come belle foto per Instagram. Piuttosto come pretesto. Un pretesto per fermarti, parlare, chiedere ancora qualcosa, aspettare ancora un po’. A Monopoli il cibo non è una “esperienza gastronomica”, è vita di tutti i giorni. Negozi piccoli, alimentari di quartiere, caffè dove entri tre volte nella stessa mattina e nessuno ti guarda strano. Il cibo è il legame tra te e la città. Monopoli non è un posto di passaggio. È un posto in cui resti. E forse è per questo che Monopoli mi è piaciuta così tanto. Perché non prova a essere altro da ciò che è. Una città di mare, con il porto, con vicoli bianchi, con mura antiche, con persone che vivono la loro vita in tranquillità. E se arrivi qui con lo stomaco aperto e la testa libera, hai ottime possibilità di andartene con qualcosa di più di qualche foto. 😍 Siamo arrivati di sera, tardi, dopo un volo in ritardo, stanchi e senza voglia di nulla di complicato. Treno, taxi, bagagli: quel tipo di arrivo in cui non hai energie né per entusiasmarti né per lamentarti. Solo fame. Quella vera. L’Italia, però, ha questo dono semplice e geniale: non ti fa aspettare. Ti mette subito a tavola. Prima sera. Fame, stanchezza e una cena che ci ha rimesso in piedi La sera in cui siamo arrivati non è stata fatta di passeggiate, foto o scoperte. È stata fatta di quella fame che non ha più pazienza. Quella dopo il viaggio, dopo i nervi, dopo i “dai, muoviamoci”. Siamo entrati alla Trattoria Re Umberto - Panzerotteria Pizzeria, senza aspettative, senza voglia di spiegazioni e senza l’intenzione di impressionare nessuno. Proprio quel tipo di posto dove ti siedi, ordini e mangi. Punto. E, sinceramente, era esattamente quello che volevo. Il primo piatto è stato il polpo alla griglia. Semplice, pulito, senza essere annegato in salse o idee inutili. Tenero, con un vero sapore di mare, non di gomma. Di quelli che ti fanno stare zitto un attimo e concentrarti su quello che hai davanti. Poi è arrivata quella cosa tradizionale chiamata Tiella Barese, con riso, patate e cozze: apparentemente banale, ma pericolosamente buona. Sembra che abbiano buttato nella pentola tutto quello che avevano in casa. 🤭 L’avevo scoperta l’anno scorso, a Natale, più per curiosità. Allora non sapevo se mi piacesse o no. Quest’anno l’ho mangiata due volte e ogni volta mi sembrava più buona. Stavolta, la terza, è stato chiaro: è quel genere di piatto che non ti conquista subito, ma una volta che ti prende, non ti molla più. La pasta con l’astice è arrivata con mezzo crostaceo nel piatto, senza obblighi e senza quel teatro turistico del “devono essere due porzioni”. Quella metà era sufficiente e onesta. La pasta, ottima, e il sugo… il sugo era la star. Pur essendo a base di pomodoro, aveva un colore più scuro e un sapore profondo, intenso, chiaramente nato da tutto ciò che l’astice rilascia in cottura in padella, quando la pasta danza con la carne, con i succhi e con tutta quell’essenza che non si vede, ma si sente dal primo boccone. Non era il solito sugo rosso acceso da vetrina. Era denso, legato, con personalità. Di quelli che ti fanno raccogliere tutto dal piatto senza importarti di come appari. È stata una cena senza spettacolo, ma esattamente quella giusta. Non ha cercato di essere memorabile e proprio per questo lo è stata. Ci ha rimessi in piedi, ci ha calmati e ci ha detto, senza grandi parole, che eravamo nel posto giusto. La prima sera a Monopoli è finita come deve finire: con lo stomaco felice e la sensazione che i giorni successivi sarebbero stati buoni. 😊 Le persone fanno il posto. Non il contrario. La mattina del 31 sono uscito presto, per un motivo semplice: volevo vedere la città normale, non l’isteria di fine anno. L’alimentari che avevo puntato si chiamava Numeri Primi e avrebbe aperto un po’ più tardi, quindi nel frattempo sono entrato da Michelangelo – L’arte del gusto, un bar piccolo e caldo, con persone incredibilmente accoglienti per essere il 31 dicembre alle 7:30 del mattino. Ho preso un caffè, mi sono fatto una chiacchierata al telefono, mi sono visto le mie cose e sì, c’è stata anche una sigaretta. Ci stava. Proprio quel tipo di inizio giornata senza fretta, senza grandi piani. Quando Numeri Primi ha aperto, mi sono spostato lì con naturalezza. Ed è lì che è iniziato, in realtà, il vero divertimento. Credo fossi il primo cliente. Da quell’istante ho capito che era il tipo di negozio che piace a me. Piccolo, di quartiere, ma con vetrine piene e chiaramente organizzate. Prosciutto di vari tipi, differenziati per stagionatura, pancetta arrotolata, mortadella, tutto esposto in modo che tu veda cosa compri. Quello che mi piace tantissimo è che puoi prendere esattamente quanto vuoi: 100–200 grammi, qualche fetta, senza sguardi strani. Le commesse impacchettavano tutto in modo impeccabile: fetta su fetta, leggermente sovrapposte, poi uno strato di pellicola e di nuovo fette. Un rituale a sé. Ho continuato ad aggiungere: burratine piccole, scamorza non affumicata, pomodori secchi sott’olio, pesto… a un certo punto non sapevo neanche più cosa stessi ordinando e cosa sarebbe arrivato dopo. Quando mi hanno chiesto se volevo il pane, il mio riflesso da romeno giramondo mi ha fatto pensare che sicuramente non fosse fresco. Per fortuna hanno insistito e mi hanno mandato dal loro collega. Lui mi ha spiegato con calma che il pane era appena arrivato e che ogni tipo era confezionato separatamente, in sacchetti di carta. Ovviamente sono uscito con sette tipi diversi. 😂 Alla cassa, il tipo mi ha aiutato a impacchettare. Abbiamo scambiato due parole sul cibo e sui panini fatti “alla italiana”, quelli che mangi tranquillo a casa, non di corsa. Alla fine mi ha detto che avevo un piccolo bonus, un voucher valido per il 3 gennaio. Siccome sapevo che non sarei più stato a Monopoli, gli ho detto di darlo a qualcun altro. Proprio dietro di me c’era un suo conoscente. Glielo ha offerto. L’uomo, sui 55–60 anni, italiano verace, mi ha guardato un secondo di troppo. Quel tipo di secondo in cui capisci che sta per succedere qualcosa. Mi ha ringraziato, mi ha fatto gli auguri di buon anno e ha detto, con estrema naturalezza, che doveva abbracciarmi per portarmi fortuna nel nuovo anno. E lo ha fatto. Senza fretta, senza imbarazzo. Poi, come se fosse la cosa più normale del mondo, mi ha detto che era stato in Romania, nel 1972, con un amico. Erano arrivati da noi in autostop. E io ero lì, con le buste in mano, cercando di restare presente, ma nella testa mi scorreva già un film: la Romania del ’72, due giovani italiani sul bordo della strada, una storia rimasta con lui per tutta la vita. È stato un momento piccolo, ma di quelli che ti prendono alla sprovvista. E che ti fanno dimenticare del tutto che sei un turista. L’Italia che piace a me non è fatta di mete spuntate o guide. È esattamente questo tipo di incontri. ☺️ Quando vai senza fretta, la città comincia a riconoscerti Con due buste già piene e quella sensazione bella, difficile da mettere in parole, sono uscito dal negozio e mi sono incamminato verso casa. Non avevo fretta. Fuori c’era un sole delicato, di quelli che non accecano, ma ti calmano, e il vento era molto più gentile rispetto alla sera prima, quando era stato davvero fastidioso. Camminavo piano, senza un obiettivo preciso, e avevo quella strana sensazione di essere in un vecchio film italiano, di quelli in cui non succede granché, ma tutto conta. I passi, la luce, le persone che ti passano accanto. Non ero un turista. Ero solo un uomo che cammina per una strada di Monopoli. Per strada mi sono imbattuto in un classico negozio di frutta e verdura, uno di quelli che in Italia trovi ogni due strade. Ho guardato dentro, ho pensato che magari mi sarei fermato un’altra volta e sono andato avanti. Dopo qualche passo mi è dispiaciuto di non essere entrato. Era proprio come deve essere. E avrei capito subito che, a Monopoli, quando ti viene questo impulso, di solito conviene tornare indietro. Circa 200 metri più avanti ne ho trovato un altro. Stavolta non avevo proprio modo di tirare dritto. Aveva anche un carrellino davanti pieno di cassette di ogni cosa, un buon segno già dall’inizio. Si chiamava Bistrot FruttAmore e Tradizione e mi hanno subito colpito dei cachi perfetti, di quelli che non hanno nulla a che vedere con ciò che trovi da noi. Maturi al punto giusto, aromatici, con un sapore vero. Mi sono fermato. Una signora mi ha chiesto cosa volessi, ma nel frattempo mi ha “preso in carico” un altro membro della famiglia. Ha preso un cestino, ci ha messo i cachi, mi ha accompagnato dentro verso la cassa e, prima ancora che arrivassi davvero a pagare, mi ha detto con calma che potevo aggiungere qualcos’altro se volevo. E, ovviamente, ho aggiunto. Un peperone enorme, dei pomodori, dei ravanelli bellissimi… mamma mia. Era come il mercato di Bari, solo tutto stipato in una stanza piccola. Ho visto anche un vasetto di basilico e volevo prenderlo, ma mi hanno detto che non si poteva, non so per quale motivo. Nessun problema. Sono andato alla cassa per fare il conto e impacchettare tutto. Nel frattempo compare un Fabrizio con un altro vasetto, e il venditore mi dice, con un sorriso largo, che è per me. Avevano anche delle uova “di casa”, messe in un cestino con fieno ed erba, troppo belle per lasciarle lì. Ho preso anche quelle. Gli impacci in italiano e inglese, le risate, i gesti, tutta quell’atmosfera di famiglia mi hanno fatto sentire in un vecchio film italiano. E no, non esagero. Mi sono sentito davvero così. 😍 Sono andato via ancora più carico, ma in qualche modo portavo tutto senza problemi. Con quattro buste, mi sono fermato da Caffè Roma a prendere dei caffè per Carmen, perché lei non può iniziare la giornata senza. Bella atmosfera anche lì: io con le sporte, gli italiani che sorseggiano il caffè in silenzio e in confusione allo stesso tempo. “Silenzio” è una parola grossa, perché parlavano più di me durante le mie corse. Con i caffè da asporto e le buste piene, sono tornato verso casa, lungo i vicoli bianchi del centro storico, stretti: alcuni larghi quanto una persona, altri quanto basta per far passare un’auto molto ottimista. E sono arrivato. Colazione come dalla nonna, ma nel sud Italia Tornato a casa, con quattro buste e quella bella sensazione di aver fatto le cose come si deve, ho messo tutto sul tavolo. La colazione non è stata piccola e non è stata di corsa. È stata da vacanza: con “paninini” preparati con calma, proprio come fanno gli italiani. Pane buono, prosciutto in abbondanza, pancetta, mortadella, burratine spezzate con le mani e messe un po’ dove capitava. Ho anche fatto delle uova alla coque, mangiate col cucchiaino dalla tazzina, proprio come mangiavo dalla nonna. Carmen ormai è abituata al mio modo di “fare la spesa” in Italia, quindi non si è sorpresa. Anzi, le è piaciuto. E questo, sinceramente, è una delle piccole vittorie della mattina. Dopo abbiamo fatto una passeggiata. Senza meta, senza itinerario. Monopoli si lascia scoprire così. I vicoli del centro storico sono bianchi, stretti: alcuni appena sufficienti per far passare una persona, altri abbastanza larghi da farti chiedere come ci sia mai passata un’auto. Le case sembrano incollate tra loro, con porte basse, balconcini e panni stesi, e a ogni angolo hai l’impressione di esserci già passato, anche se è la prima volta. Siamo passati accanto a chiese antiche dalle facciate semplici e lungo mura che ti ricordano che questa città un tempo era fortificata. Sono dettagli che vedi solo se cammini piano. La strada ci ha portati, naturalmente, verso il porto. Quel tipo di posto dove Monopoli non si vanta, ma si lascia vedere. Barche che dondolano leggere, acqua calma, pescatori che fanno il loro, niente messo in vetrina. Un porto che vive, non una scenografia per le foto. È lì che inizi a sentire la città non da turista, ma da persona che semplicemente passeggia. Dal porto siamo tornati verso il centro, perché il 31, prima di pranzo, ci sarebbe stato un momento piccolo ma speciale. La fiaccola olimpica per Milano Cortina 2026 passava da Monopoli. Non era un arrivo di tappa, non era un grande spettacolo. Era un semplice passaggio, di transito, parte del suo percorso nelle città d’Italia. Ed è proprio questo che l’ha reso bello. Per chi non lo sapesse, Milano Cortina 2026 è il nome dei Giochi Olimpici invernali del 2026, ospitati dall’Italia, e la fiaccola olimpica passa di città in città come una sorta di “messaggero”, un simbolo che annuncia che le Olimpiadi si avvicinano. Ci siamo radunati in piazza insieme ai locali. Famiglie, bambini con bandierine, persone che si conoscevano tra loro e parlavano come in un giorno qualunque. È comparso anche il sindaco, con la fascia tricolore, e si è fermato tra la gente, senza transenne, senza delimitazioni inutili. Niente di rigido, niente di forzato. La fiaccola è passata in fretta. Senza fuochi d’artificio, senza musica drammatica, senza il tentativo di farne qualcosa più grande di quello che era. Il momento in sé è stato breve. Ma l’attesa, le chiacchiere, i bambini curiosi, la sensazione che tutti fossero lì non “per l’evento”, ma perché si fa così… ecco, quella era l’essenza. Un gesto simbolico vissuto con normalità. Proprio come Monopoli. 😍 Il porto, i vicoli e un momento simbolico vissuto normalmente Dopo passeggiate, freddo, porto, vicoli e quel piccolo momento con la fiaccola olimpica, ci è venuta fame. Quella vera. E non la fame da “mangiamo qualcosa”, ma quella che chiede tavolo, sedia, vino e tempo. Così siamo andati verso La Locanda dei Pescatori, il ristorante dove volevo andare da tempo e che, ironicamente, non era mai stata la prima scelta. Le prime due preferenze erano o chiuse o senza posto. Così abbiamo detto “pazienza” e abbiamo prenotato qui. A volte le cose devono andare esattamente così. Il percorso fino al ristorante è stato parte del pranzo. Siamo passati per il porto, accanto alle barche, poi in un passaggio stretto, di quelli che ti fanno chiedere se porti davvero da qualche parte o se ti riporti indietro. Poi ancora vicoli sempre più stretti, finché, all’improvviso, il posto appare. Senza insegna vistosa, senza pretese. Proprio quel tipo di ristorante che non sente il bisogno di convincerti di niente. Se sei arrivato fin lì, hai già deciso. Ci siamo seduti e abbiamo guardato un po’ il menu, ma non troppo. Era chiaro cosa avremmo ordinato. Tagliolini all’astice e pomodorini. Si ordina solo per due persone, e ha senso, perché ogni piatto arriva con mezzo astice vero, non decorativo. Abbiamo preso anche un bicchiere di vino e abbiamo detto “solo questo per cominciare”, sapendo benissimo che non sarebbe stato solo quello. Speravo, in segreto, che ci dessero gli strumenti per l’astice, perché, per quanto mi piaccia sporcarmi mangiando, con gli attrezzi giusti è comunque più semplice. Quando una delle cameriere è arrivata e ci ha messo dei grembiuli, tipo bavaglioni enormi da bambini, ho capito che non sarebbe stato un pranzo elegante. 😁 Poi sono arrivati gli strumenti e i piatti. Grandi. Pesanti. Con una mezza bestia di astice in ognuno. Le chele erano già spaccate, quindi non era proprio lavoro da galeotti, ma bastava comunque per impegnarti sul serio. Anni fa una signora in Spagna mi ha insegnato che con l’astice la regola base è una sola: succhiare bene. Zampe, angoli, parti che molti ignorano. Puoi avere pinze, strumenti, tutto quello che vuoi. Alla fine, succhiare resta legge. 🤣 È seguito un vero macello. Carmen non ama molto infilare le mani fino al gomito nel cibo, quindi l’onore è toccato a me anche per la sua porzione. E non l’ho fatto a metà. La carne dell’astice era dolce, succosa, e il sugo… il sugo era una cosa seria. Legato, intenso, con sapore di mare, di crostaceo, di pomodori che non urlano, ma completano. La pasta fresca, di quella che trattiene il sugo e non lo lascia andare sprecato. È stato il tipo di piatto che ti fa rallentare senza volerlo. Alla fine, su consiglio del cameriere, abbiamo preso un tiramisù fatto in casa, uno onesto, e un sorbetto al limone, freddo quanto basta, molto meglio per la digestione di qualsiasi limoncello che ho rifiutato senza rimpianti. Abbiamo preso i caffè di rito: Carmen un cappuccino, io il mio amato ristretto, di quelli che sembra che solo in Italia li facciano esattamente come si deve. Quando siamo andati via, volevamo prenotare anche per il giorno dopo, l’1 gennaio. Il cameriere ha sorriso e mi ha detto che per me un posto c’è sempre. E, incredibilmente, aveva ragione. 🤗 Ora, sul tiramisù, io ho una teoria semplice e non la negozio: esistono tre tipi. Uno: il tiramisù corretto, fatto come si deve, con quel gusto italiano vero, che non ha bisogno di effetti speciali. Due: il tiramisù sbagliato, reinventato, un’altra cosa, che può essere triste, può essere troppo dolce, può essere “qualcosa con la crema” e basta. Proprio come la carbonara: o la fai come da loro, oppure la chiami pasta con prosciutto e formaggio e fine, non litighiamo. E tre… il tiramisù di un’altra galassia: quello di Al Vicolo Pizza&Vino, a Catania, al pistacchio. Quello non è solo buono. Quello è indecente. Quello è un motivo per tornare in Sicilia. Sono convinto che l’abbiano inventato loro e che il resto del mondo faccia solo finta di aver capito di cosa si tratta. 1 gennaio: corsa, fame e secondo round L’1 gennaio la giornata è iniziata diversamente. Più lenta, più composta, ma con una cosa chiara: la corsa. Sono uscito, ho respirato, mi sono goduto quella città quasi vuota, la quiete dopo Capodanno, il mare che sembrava più calmo dei giorni precedenti. Questa corsa ha rimesso tutto al suo posto. La testa, la fame, la voglia. E, inevitabilmente, ci ha riportati di nuovo a tavola. Alla stessa tavola. Alla Locanda dei Pescatori, per la seconda volta, senza troppe spiegazioni. Quando un posto ti accoglie bene, non lo cambi. Stavolta c’era fila all’ingresso. Gruppi grandi, tavoli occupati, brusio. Abbiamo capito subito che non c’era da andare nel panico. Per due persone un posto si trova. Qui funziona così. Abbiamo iniziato più “tranquilli”, con una Grigliata della Locanda per Carmen: polpo, gamberi e calamaro. Griglia corretta, buona, ma senza essere la star del giorno. Io ho preso uno Spaghetone alle vongole, con un sugo intenso, profondo, di quelli che non sono fatti per essere belli, ma buoni. C’era anche una tartare di gamberi che portava tutto su un livello serio. Solo che… non ci è bastato. Dopo quella corsa, la fame era un’altra cosa. Così abbiamo ordinato ancora. Il cameriere sembrava sorpreso, l’ho tranquillizzato subito: “abbiamo fame, sono andato a correre” 😂. È arrivata la Frittura dei Pescatori, un mix di frutti di mare impanati, fatto come si deve, senza olio pesante e senza caderti sullo stomaco come un mattone. Poi i Cavatelli con funghi, pomodorini e salsiccia. Quelle paste corte, spesse, fatte per trattenere il sugo, con salsiccia italiana di quella seria, speziata, dal sapore vero. E, siccome non li avevo mai provati, abbiamo preso anche i gamberoni al sale. Gamberi grandi, cotti nella crosta di sale: semplici, diretti, dal gusto pulito, intenso, leggermente salato, giusto quanto basta. Non c’è nulla da nascondere lì. Solo un prodotto buono e basta. 🤪 Il finale era ormai tradizione. Tiramisù. Sorbetto al limone. I caffè di rito. Non c’era più nulla da dimostrare. Siamo usciti rotolando, letteralmente, ma felici. Dolci nati da errori e voglia Più tardi, in una passeggiata pomeridiana, di quelle senza piano e senza fretta, siamo arrivati di nuovo da Michelangelo – L’arte del gusto. Quel posticino che non si impone, ma ti richiama esattamente quando serve. Due caffè, perché lì si beve quello, e siccome eravamo già in quello stato di “dai, proviamo ancora”, abbiamo deciso di concederci uno sfizio. Così sono arrivati sul tavolo un Code d’aragosta, un Cannolo siciliano e un Maritozzo. Il maritozzo è il tipo di dolce che ti inganna. Al primo assaggio non esplode niente. Ti viene da dire “meh”. Ma ne prendi un altro. E un altro ancora. E inizi a sentire l’aroma dell’impasto, soffice, leggermente dolce, quasi da panettone, poi la panna in abbondanza e alla fine la crema alla vaniglia che lega tutto. Non è il dolce che ti colpisce. È il dolce che ti convince lentamente, finché, senza accorgertene, hai finito tutto e cerchi l’ultima briciola. Quel tipo di momento piccolo, banale a prima vista, ma che dice molto di questa Italia quotidiana: non ti impressiona subito, ma se hai pazienza, ti prende per sempre. Il maritozzo ha una storia antica legata all’amore. A Roma, un tempo, gli uomini lo offrivano alle donne che corteggiavano, soprattutto durante la Quaresima, quando i dolci erano pochi. A volte, dentro, si nascondeva persino un anello. Da qui l’idea del dolce “dell’amore”: semplice fuori, ma generoso dentro, che non promette molto al primo sguardo, ma ti conquista se gli dai tempo. Il code d’aragosta è il tipo di dolce che sembra più spettacolare di quanto sia e più semplice di quanto appaia. In pratica è un lungo sfogliato, spiralato, croccante fuori, ripieno di crema. Molti lo confondono o lo mettono nello stesso calderone della sfogliatella, ma non è proprio la stessa cosa. Se la sfogliatella è rigida, piena di strati sottili e ti chiede un po’ di impegno, il code d’aragosta è più gentile, più “da bar”, più amichevole. Lo rompi con le mani, senza cerimonie. La sfoglia si spacca facilmente, fa disastro 🤣, si rompe un po’ accanto alla crema, esattamente come deve. La crema è fine, non troppo dolce, giusta per bilanciare l’impasto croccante. È il tipo di dolce che non mangi concentrato, ma mentre parli, bevi un sorso di caffè, guardi intorno, ridi per qualcosa. Non pretende attenzione totale, ma ti resta in testa. E mi sembra che il suo fascino stia proprio qui. Non è il dolce “wow” al primo colpo, non è qualcosa che fotografi da dieci angolazioni. È il dolce che gli italiani mangiano con un caffè, senza trattarlo come un evento. Ed è proprio per questo che è buono. Perché fa parte della loro vita normale, non di un menu pensato per i turisti. È esattamente quel tipo di cosa che, messa accanto a un cannolo siciliano onesto e a un maritozzo che ti conquista piano, ti dà quella sensazione di non essere in un city break, ma in un pomeriggio qualunque, vissuto dove si deve. La sfogliatella è nata da un’improvvisazione in un monastero, quando una suora, per non buttare un composto di semolino, latte e frutta candita avanzato dal pasto, lo nascose in un impasto tirato in sfoglie sottili, unto e ripiegato con pazienza. Non cercava la perfezione, ma il recupero. Ne uscì qualcosa di croccante fuori e morbido, profumato, quasi indecente dentro. Più tardi, la ricetta scese dal monastero in città, venne raffinata, stratificata ossessivamente e arrivò nelle vetrine di Napoli. E il code d’aragosta è il suo figlio più sfacciato, la versione urbana ed edonista: allungata, ripiena di crema, nata quando gli italiani hanno deciso che i dolci non vanno solo rispettati, ma mangiati con gusto, al caffè, senza rimpianti. Ultima corsa. Ultimi panini. Cerchio chiuso. Il 2 gennaio sono uscito a correre. Senza obiettivo, senza tempo, senza dramma. Solo io, il mare e la città che, dopo qualche giorno, non sembrava più estranea. Aria fredda e pulita, silenzio. Quel tipo di corsa che non è sport, ma mettere a posto i pensieri. Monopoli era calma, quasi vuota, e le ha fatto un bene enorme. Ho corso, mi sono fermato, ho guardato, mi sono goduto tutto. Di tutto. Tornati in alloggio ci aspettava l’ultima piccola magia: gli avanzi. Tutte quelle cose comprate con cura, tutte le fette tagliate bene, tutti i pezzi rimasti dall’abbondanza dei giorni precedenti. Le abbiamo messe sul tavolo e abbiamo fatto dei panini come raramente ne mangi. Di quelli divini. Pane buono, prosciutto, pancetta, formaggi, verdure, senza contare, senza calcolare. Li abbiamo impacchettati bene e ce li siamo portati via. Per il viaggio. Per l’aeroporto. Per dopo. Proprio quel tipo di cibo che non si mangia di corsa, anche se sei di corsa. E adesso arriva quella bella ironia, di quelle che ti fanno ridere da solo. In aeroporto, tra tutte le cose possibili, ho finito per mangiare un panino con polpo alla griglia. Sì, proprio quello. Tipico della Puglia, senza salse inutili, senza storie da vendere. Polpo tenero, pane buono, basta. Quel gusto pulito che ci aveva colpiti dalla prima sera, quando eravamo ancora stanchi del viaggio e non sapevamo esattamente cosa ci aspettava. Mi è sembrata la chiusura perfetta. Sono entrato a Monopoli passando dal polpo e ne sono uscito allo stesso modo, come un cerchio che si chiude da solo, senza forzarlo. A volte i finali migliori non si pensano: succedono. In tre giorni, questa città ci ha dato molto più che buon cibo. Ci ha dato persone che ti guardano negli occhi, luoghi che non hanno fretta di essere belli e quella rara sensazione di non essere solo un passante con la valigia. Che, per qualche ora, fai parte del suo ritmo. Monopoli non ti colpisce subito. Non è rumorosa, non è dimostrativa. Ma se la lasci in pace, se cammini piano, se ti siedi a tavola senza fretta e ti perdi in vicoli che sembrano dimenticati dal tempo, comincia ad appiccicarsi addosso. Forse è per questo che continuo a tornarci. Non per le “attrazioni”, non per spuntare posti. Ma per il modo in cui la vita scorre normale. Per i piccoli alimentari, per i caffè dove non ti chiedono chi vuoi essere, ma cosa vuoi bere. Per la gente che, dal nulla, ti racconta cosa ha fatto cinquant’anni fa. L’Italia che piace a me è questa. E se arrivi fin qui, fatti un favore: lascia perdere le liste, dimentica le guide, entra dove sulla porta non c’è scritto niente di grande, fermati un po’ più di quanto avevi previsto. Monopoli sa da sola cosa mostrarti.