⁉️ Vado? Non vado? Il dilemma delle 8:20 🤭
Sono le 8:20 e sto con il caffè in mano, a guardare fuori dalla finestra quel cielo grigio chiuso d’inverno. Mi chiedo se andare o no. Avevo lavorato fino alle due di notte, avevo dormito cinque ore, ero distrutto dalla stanchezza.
Voglia di correre ne avevo, perché l’istinto non mi molla, ma il corpo era in modalità emergenza. Esco in terrazza, faccio un bel respiro, guardo l’orologio: 8:30. E allora mi torna in mente la promessa. Avevo promesso agli amici che avremmo corso insieme: Paul, nel suo grande ritorno dopo dimagrimento e allenamenti; Petre, suo figlio, alla sua prima mezza maratona; Alex, il tipo conosciuto a Thassos, alla sua prima maratona; Nae, con cui avevamo stabilito un ritmo costante, umano. Mi prende all’improvviso quella sensazione da pre-gara… l’adrenalina, l’emozione, l’irrequietezza piacevole, tutto quel pacchetto che arriva prima delle corse che amo. ☺️
Due minuti dopo sto già facendo un riscaldamento improvvisato che sembra più un tentativo di sopravvivenza che un programma sportivo. Mi infilo la calza su un piede e l’altro lo allungo come se stessi facendo stretching, ma rigorosamente solo nella mia testa. 😂
Quando mi tiro su i pantaloni, ballo come se stessi cercando di calibrare le anche per una gara di hula hoop. Le braccia svolazzano come quelle mascotte gonfiabili che vedi ai distributori. Alle 8:44 esco di casa, alle 8:45 passo la sbarra e inizio a correre piano. Il tempo? Una quindicina di minuti fino allo старт, meno di due chilometri. Dai, va bene, ce la faccio.
Per strada incrocio due corridori che vanno di fretta verso il parco. Guardo i loro pettorali e mi ricordo che io… non ce l’ho. Nel caos della settimana scorsa mi sono completamente dimenticato di ritirare il kit. Meno male Nae, che mi aveva chiamato venerdì per propormi di prenderlo lui. Tra l’altro, se non lo avesse ritirato lui, mi sarei presentato alla partenza con le mani in tasca e la speranza che si risolvesse con uno sguardo. Meno male che ci sono gli amici. 🤭
Alla partenza, sorprendentemente poca gente. Sono le 8:51 e le persone arrivano da tutte le direzioni. Io mi aggiro lì come una trottola, cercando la mia banda. Ovviamente non c’era nessuno. Incontro persone da ogni angolo della mia vita: vecchi amici, compagni di corsa, gente di Facebook che non avevo mai visto dal vivo, sconosciuti che arrivano col sorriso.
Facciamo foto, scambiamo due parole, mi emoziono. Mi dimentico del tutto che non ho il pettorale. Sono le 8:57 quando mi arriva addosso la realtà: oh, io davvero non ho il pettorale e non c’è nessuno da nessuna parte. Giusto per farmi alzare il battito senza nemmeno correre. 😂
Alla fine mi chiama Paul: “Arriviamo subito!”. E mi calmo. Hanno loro il pettorale, io sono a posto col regolamento. Due battute, qualche foto, ci mettiamo in fondo al gruppo. Sinceramente? Poca gente. Ma non importa, l’energia c’era. La partenza viene data in memoria di Nea Ilie – Ilie Roșu – il maratoneta con oltre 200 gare corse con la bandiera della Romania tra le braccia.
Se n’è andato circa due anni fa. Mi ricordo perfettamente come, nei miei primi due anni di corsa, fosse il mio incubo. 🤭 Quando sul finale della maratona mi si scaricavano le batterie, lo sentivo arrivare da dietro, respirando come una locomotiva, mi passava accanto con le bandiere e mi incoraggiava: “Dai che ce la fai!”. E avevi due opzioni: o acceleravi, o morivi nella tua vergogna. Oggi sorrido ripensandoci, ma allora mi motivava più di dieci gel alla caffeina e due calci nel sedere. ☺️
I primi chilometri scorrono facili. Battute, prese in giro, volontari simpatici, un’atmosfera da parco di domenica, solo che si corre. Siamo un bel gruppetto, cinque persone. Alex l’ho conosciuto in primavera, a Thassos. Un bravo ragazzo, belle vibrazioni, si diletta in più sport. Alla Maratona di Bucarest ha corso con me… da lontano. Cioè teneva lo stesso ritmo, ma non proprio vicino a me – tipo “ti seguo da due corsie di distanza, così non ti senti sotto pressione” 🤭 – e ha fatto un tempo eccellente, intorno a 1:52. Ora voleva la maratona. E dall’inizio ho capito che aveva quell’energia “flower power”: zen, sotto controllo, zero stress, con voglia di gara.
Abbiamo stabilito un ritmo di 6 min/km, che andava bene a tutti – a Petre, alla sua prima mezza maratona, a Nae che voleva una corsa costante, ad Alex… e, sinceramente, anche a me.
Il percorso all’IOR è bello, ma per niente facile. Ha a tratti un falso piano, qualche salita che ti taglia le gambe, discese che ti mettono le ali e un tratto con le scale, che faccio sempre camminando. Sempre. Anche quando su questa gara ho fatto 3:26, a ogni giro, alle scale, pausa a passo – e ne vado comunque fiero. Dieci giri da 4,2 km… ti viene a noia girare in tondo. Ma quando corri con gli amici, il percorso sembra un po’ più corto.
Sul percorso ho incontrato tante persone, conosciute e sconosciute. E lì mi si è allargato il cuore. Ho rivisto Stan Turcu, monumento vivente, un uomo che a oltre 70 anni ha fatto l’UTMB da 160 km con 10.000 di dislivello. Non puoi non salutarlo con rispetto quando lo vedi.
Poi ci sono state le persone venute da me a dirmi che mi seguono, che i miei consigli li aiutano, che li ho ispirati a correre. Uno mi ha ringraziato per il piano di allenamento, un altro per gli articoli. E per quanto io sia abituato ai messaggi online, dal vivo mi imbarazzo ancora. Mi fa un piacere enorme, ma mi coglie di sorpresa. Ed è proprio questa sorpresa che mi fa bene. Mi fa sentire che tutto quel tempo investito – scritto, riscritto, spiegato, montato, condiviso – conta davvero per qualcuno.
Verso il chilometro 14, Petre mi dice con la voce di chi non scherza: deve andare in bagno. Problemi urgenti. Sparisce nel primo bagno come un ninja, e noi rallentiamo un po’ e discutiamo sul da farsi. Nel parco non faceva per niente caldo, e io ero in pantaloncini… se abbassavo a 6:30 mi si congelavano i pensieri. Così concordo con Paul che, se possibile, proviamo a tenere il ritmo più basso e farci raggiungere da loro. Se no, ci ricompattiamo più avanti.
Restiamo in tre. Chiacchieriamo, ma che discorso è quello di tenere il ritmo più basso? 😂 Appena ho avuto freddo addosso, mi sono ritrovato ad aver aumentato un po’. Il freddo non mi piace, lo detesto 🤪. E non mi piace nemmeno correre con i pantaloni lunghi, perché ho la sensazione che mi tengano le gambe prigioniere. Per questo anche d’inverno corro il più possibile in pantaloncini. Sì, perdi un po’ di calore, ma almeno corri normale, non come un robot arrugginito.
Dico ai ragazzi che per me non c’è problema a correre da solo, se vogliono aspettare Paul e Petre, ma… nessuno sembra molto entusiasta 😂. Vediamo. Passa un altro giro — km 16. Un altro — km 21. E a un certo punto sento Nae che inizia a rimanere indietro. Terreno ondulato, ritmo un filo troppo alto, e poi io e Alex eravamo in una di quelle conversazioni belle, che ti portano via, e siamo scesi a 5:50–5:45 min/km senza accorgercene. Salutiamo Nae e andiamo avanti.
Chiedo ad Alex come si sente, anche se vedevo benissimo che era zen. Gli chiedo se vuole aumentare il ritmo e… lo voleva davvero. Quindi partiamo: 5:45, poi 5:30. Gli dico che, se la teniamo così, deve cambiare strategia con i gel e che gli consiglierei uno ogni 20 minuti. Era totalmente d’accordo e, da quel momento, abbiamo spinto: 5:20–5:30, per quanto il percorso lo permettesse. Parlavammo anche di un sub 4 ore, ma per quello sarebbe servito un 5:00 costante, e non sapevo se avrebbe retto fino alla fine. Era comunque alla sua prima maratona. Sono sicuro che, se fossimo partiti dall’inizio con quel piano, gli sarebbe riuscito. Ma va bene così: la corsa è venuta perfetta e l’abbiamo tenuta così fino a circa il chilometro 30.
Si chiacchierava, si rideva, si scambiavano due parole con altri corridori, con le volontarie… tutto filava liscio. E proprio allora, nel momento in cui eravamo convinti che nel film ci fossimo solo noi due, ecco Paul che ci appare accanto 😂. Accidenti… era rosso come un gambero e si vedeva dalla faccia che aveva tirato forte. Ci racconta ridendo come, dopo aver aspettato Petre, si sono goduti insieme la sua prima mezza, hanno fatto una foto e poi lui è partito a razzo. Otto chilometri a 5:00 min/km 😂. Mi ha fatto un sacco piacere la sua follia, e soprattutto il fatto che ci abbia ripresi.
Per capirci meglio: con Paul è iniziata tutta questa avventura. Abbiamo perso peso insieme – lui 20 kg, io 30. Abbiamo iniziato a correre insieme, fatto la prima maratona, siamo andati all’Ultrabug, a gare da 100 km, Ironman. Poi, in pandemia… la cosa si è un po’ sfilacciata. Ha avuto un periodo di qualche anno in cui ha rallentato. Ha corso qualche maratona, un Ironman, ma raramente e senza continuità. Ha ripreso un po’ di chili, ma non ha mollato del tutto – correva almeno quel tanto da restare a galla.
Quest’anno però è cambiato qualcosa. Ha preso la cosa sul serio, proprio come aveva fatto 11 anni fa con me. Ha perso di nuovo 20 kg ed è tornato in forma in modo fantastico. Ha avuto perfino un mese di totale follia – la sfida dei passi, la competizione con i colleghi – in cui la gente è impazzita nel modo più sano possibile: è riuscito a fare 1.400.000 passi in un solo mese. E non solo lui – 12 persone hanno superato il milione, cioè oltre 33.000 al giorno 🤭, 42 hanno superato 500.000. È stato qualcosa di incredibilmente motivante per tutti. E sì, a volte ti serve solo una scintilla per cambiarti la vita.
Ultimamente siamo riusciti a correre di nuovo più spesso e proprio nella zona di ritmo che piace a me. Nell’uscita di martedì scorso, in cui ci siamo sentiti entrambi benissimo, abbiamo deciso che a febbraio andiamo insieme a Malaga a correre 100 km. Era il mio piano per quel mese, ma ora che anche lui è tornato, lo rifaremo insieme – una distanza che abbiamo già fatto fianco a fianco tre volte: Seregno, Amiens e Comana. Mi si è riempito il cuore di gioia quando l’ho visto accanto a noi in gara, soprattutto perché non l’avevamo aspettato 😂. Lo conosco: il fatto che non l’abbiamo aspettato lo ha reso determinato come due caffè forti. Per rispetto del suo sforzo, poi siamo tornati al ritmo iniziale, per fargli riprendere fiato. Non per altro, ma se sveniva, poi dovevamo trascinarcelo dietro 🤣.
Da lì in poi, di nuovo chiacchiere. Alex ci aveva chiesto che storia fosse quella del “muro”. Gli ho detto che era meglio non sapere cos’è 🤪. Il muro è come una specie di fantasma: se lo aspetti, arriva; se fai finta che non esista, resta nascosto. Quindi gli ho detto di non evocarlo. E verso il chilometro 33, scherzando, gli dico: “Ti sei perso il momento in cui doveva arrivare il muro. E adesso che facciamo? 😂”. Continuo a raccontare e gli dico che, se proprio vuole sentirlo sulla pelle, possiamo farlo comparire anche al km 41. Basta sprintare finché… cediamo 🤣. Ha riso di gusto. Era chiaro che stava bene.
Negli ultimi 10 chilometri ho incontrato altre persone a cui voglio bene. Ho rivisto Stan Turcu, calmo e presente come sempre, l’uomo che ti fa resettare le scuse quando lo vedi. Ho scambiato due parole anche con Dorina, che a Călărași ha creato una comunità incredibile. Sono rari i posti in cui senti così chiaramente l’energia della gente. Dorina è una di quelle persone che riescono a mettere in movimento gli altri semplicemente con l’esempio. Mi ha fatto molto piacere rivederla.
Nel penultimo giro abbiamo incontrato anche Florin Simion, che festeggiava i suoi 45 anni correndo 45 chilometri. Il suo stile. 😊 Ci ha fatto piacere vederci. Lo conosco dalla mia prima 100 km – l’uomo che, nonostante avesse finito da un pezzo, era rimasto al traguardo a incoraggiare tutti gli altri che stavano ancora soffrendo. A me allora aveva dato una carica enorme. E sono incontri che ti fanno battere il cuore in modo diverso, anche dopo tanti anni.
Al punto ristoro in fondo al giro ho preso un altro sorso d’acqua, buona e fredda 😂. Tanto non potevano mica darcela calda, anche se… non sarebbe stato male. A start/finish ho incrociato Vera, che aveva appena concluso la sua battaglia. L’avevo incoraggiata sul percorso, e adesso, quando abbiamo battuto il cinque, mi ha dato esattamente la spinta di cui avevo bisogno per gli ultimi chilometri.
Poi siamo entrati nell’ultimo giro. Qui ho sentito un po’ le gambe stanche, ma mi sono ripreso subito quando, verso il chilometro 39, ho dovuto per forza fermarmi in bagno. Un’urgenza da corridore, di quelle che non negozi con l’universo, ma rapida. Dopo la pausa, sorpresa: ho fatto uno sprint sotto i 5 min/km per riprendere i ragazzi. E com’è stato bello quello sprint… mi ha sciolto le gambe come se la gara stesse appena iniziando.
Li ho ripresi proprio mentre chiacchieravano tranquilli e avevano un po’ abbassato il ritmo. Li ho ripresi bonariamente, ma la verità è che a me era venuta voglia di spingere e sono scappato di nuovo a 5:20–5:30. Lo sprint mi aveva resettato le gambe e adesso avevo una voglia di correre… come se mi avessero nutrito di energia 😂. Due parole, giusto per capirci: non è arroganza, è solo il fenomeno classico. Quando corri a 6–6:30 min/km è una dinamica completamente diversa rispetto a 5:20–5:30. Sembrano due sport diversi. E quando torni al tuo ritmo, senti davvero di essere nel tuo elemento.
Alle scale vicino al ponte, esattamente al chilometro 41, li ho aspettati, ci siamo ricompattati come una piccola squadra e abbiamo deciso di sfilare insieme nell’ultimo chilometro. È stato bellissimo. Alex ci raccontava strada facendo quanto si sentisse bene e io ero felice per lui come se stessi correndo io la mia prima maratona. Sono momenti rari, quelli in cui vedi una persona preparata bene, con strategia, nutrizione rispettata, ritmo calcolato – e gli riesce tutto.
Mi piace vedere tutti correre, ma lo ammetto: mi emoziono di più quando vedo persone preparate, con un piano chiaro, nutrizione al momento giusto, ritmo impostato. Lì si vede il rispetto per la gara e per se stessi. Lì sta la differenza tra “vediamo come va” e la corsa vera.
Il traguardo è stato così così… ☺️ Una gioia semplice e sincera tra noi. Ma l’atmosfera… un po’ triste. Quelli della 21 km avevano finito da un pezzo, quelli della 10 km, partita più tardi, avevano finito anche loro. Nell’ultimo giro avevo già notato quel silenzio… come se il palco si fosse chiuso. Tirava vento nella zona start–finish, tre o quattro persone, qualche volontario, Gabi Solomon. Mi sono fatto coraggio e gli ho chiesto scherzando: “Oh Gabi, noi abbiamo finito per primi?!” 😂. Ha riso. La verità è che nelle maratone in Romania ci sono ancora pochi corridori. La 10 km e la 21 km stanno crescendo tantissimo, ma sui 42 km… l’ondata deve ancora arrivare. E arriverà.
La verità è che, se ci penso, questa gara non è stata nemmeno una questione di ritmo, di chilometri, di tempo finale. È stata una questione di persone. Della mia banda, di quelli che conosco da anni e degli sconosciuti che sono venuti vicino a me con un sorriso sincero e mi hanno detto che ciò che scrivo li aiuta. È stata fatta di incontri brevi, di pochi secondi o di pochi minuti, che valgono più di un allenamento intero. Di Martin, di Stan Turcu, di Dorina, di Florin Simion, delle persone che mi hanno chiamato sul percorso, di quelli che mi hanno detto che i miei consigli li hanno davvero usati. Non mi ci abituo. Ne sono felicissimo, ma mi imbarazzo, mi blocco un po’, mi emoziono, mi sorprende tutto. Però mi colpisce esattamente dove deve: in quel punto in cui senti che tutta la tua fatica ha davvero un senso.
È incredibile come dalle mie storie online si sia formata una comunità reale. Persone che non conosco vengono da me e mi dicono che le ho aiutate, che le ho ispirate, che hanno trovato coraggio. E non puoi non emozionarti. Online è semplice. Nella realtà… è un’altra cosa.
E poi ci sono i miei amici — le persone con cui sono cresciuto nella corsa, con cui ho perso peso, mi sono allenato, ho sofferto, ho riso, mi sono sbattuto, mi sono rialzato. Paul, Petre, Alex, Nae… persone con cui ho condiviso corse, battute, fatica e tutto questo percorso. Quando corro con loro, ho la sensazione di correre a casa. Di essere esattamente dove devo stare. E questa è una sensazione che nessuna medaglia, nessun tempo, nessun pace può darti. È qualcosa che senti nelle persone, non nell’orologio.
Alla fine, quando mi sono fermato, ho avuto un attimo in cui ho capito una cosa molto chiaramente: sono stanco. Quest’anno è stato incredibilmente pieno, bello e intenso. Ho spinto tanto. Ho fatto due gare da 100 km, tre competizioni Ironman, più tutto il resto. Ho scritto, ho corso, ho viaggiato, ho lavorato, ho fatto tutto ciò che ho sentito di poter fare.
E come ogni anno, verso la fine sento il bisogno di una pausa. Una pausa vera. Quella di due settimane in cui non corro affatto e lascio respirare corpo e testa. Dopo la pausa… torno. Con nuove storie, nuovi piani e la corsa al centro di tutto.
Ma durante questa pausa scriverò ancora un paio di cose belle. Perché quest’anno, per quanto folle sia stato, merita di essere raccontato fino all’ultimo dettaglio. ☺️
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Story
Maratona 1 dicembre 2025
Dec 01, 2025
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